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I quaderni della Lucchesiana

IL PROFUMO DELL’ONESTÀ

Conferenza sul Beato Rosario Angelo Livatino

Biblioteca Lucchesiana, Agrigento 27 novembre 2025

IL MISTERO DEL PROFUMO

Rivolgo un cordiale saluto a Sua Eccellenza il Vescovo; a Sua Eccellenza il Prefetto;
al Presidente del Tribunale;al rappresentante del Questore;al Presidente della Provincia; alla dott.ssa Cucinotta, Presidente della Fondazione Agrigento Capitale Italiana della Cultura;e al Signor Sindaco di Canicattì,il dott Luigi D’angelo, il  carissimo don Angelo promotore di questo incontro, autorità civili e militari, amici carissimi.

Permettetemi di iniziare con una domanda apparentemente semplice: che cos’è un profumo?  È forse solo una sostanza volatile che solletica i nostri sensi? È solo chimica, molecole che fluttuano nell’aria e raggiungono i recettori olfattivi? No. Il profumo è molto di più. Il profumo è memoria incarnata. È presenza invisibile. È traccia che resta quando tutto il resto è svanito.

Marcel Proust ha costruito la sua monumentale Recherche su un profumo: quello della madeleine inzuppata nel tè. Un solo profumo ha riaperto un mondo intero, un’infanzia intera, una vita intera. Perché il profumo ha questo potere misterioso: attraversa il tempo. Anni dopo, decenni dopo, un profumo può riportarci in un istante a un luogo, a una persona, a un momento che credevamo perduto per sempre.

E il profumo ha un’altra caratteristica unica: si diffonde. Non puoi fermarlo. Non puoi rinchiuderlo. Se apri una boccetta di essenza preziosa in una stanza, quella fragranza si espanderà, raggiungerà ogni angolo, si insinuerà nelle pieghe dei tessuti, impregnerà l’aria. E tutti quelli che entreranno in quella stanza, anche ore dopo, sentiranno: “Qui c’è stato qualcosa. Qui c’è stato qualcuno”.

Ecco: l’onestà è un profumo. Non nel senso metaforico debole, non come immagine letteraria ornamentale. Ma nel senso più vero, più profondo, più reale. L’onestà è un profumo perché:

  • Si diffonde oltre la persona che la vive
  • Resta anche quando quella persona non c’è più
  • Attira chi lo sente, anche se non sa spiegare perché
  • È riconoscibile immediatamente, istintivamente
  • Non può essere contraffatto, perché o è autentico o non è

E questa sera vogliamo parlare di un uomo che ha emanato questo profumo così intensamente che, a trentacinque anni dalla sua morte, ancora lo sentiamo. Ancora ci commuove. Ancora ci interpella. Ancora ci trasforma.

Parliamo del Beato Rosario Angelo Livatino, il “giudice ragazzino” che la mafia ha ucciso il 21 settembre 1990 su una strada di campagna vicino ad Agrigento, e che la Chiesa ha proclamato Beato il 9 maggio 2021, riconoscendo in lui un martire della giustizia e della fede.


I. IL PROFUMO NELLA SCRITTURA: QUANDO L’INVISIBILE DIVENTA SENSIBILE

Prima di parlare di Livatino, però, dobbiamo sostare sulla Scrittura. Perché la Bibbia è piena di profumi. E ogni profumo biblico ci dice qualcosa di essenziale sulla vita spirituale e non solo.

1. Il profumo del sacrificio: quando l’offerta sale a Dio

Nell’Antico Testamento, i sacrifici vengono descritti come “profumo gradito al Signore”. Dopo il diluvio, quando Noè offre un sacrificio, leggiamo:

“Il Signore ne odorò il profumo gradito” (Gen 8,21)

Dio non ha narici. Dio è spirito. Eppure la Scrittura usa questo linguaggio: Dio “odora” il profumo. Perché? Perché il profumo del sacrificio è l’invisibile che sale. È il visibile (l’animale, l’incenso, l’offerta) che si trasforma in invisibile (il fumo, il profumo) e sale verso il cielo.

Il profumo del sacrificio dice: “Io mi dono. Io salgo a Te. Io mi consumo per Te”.

E l’onestà è esattamente questo: un sacrificio. Perché vivere nell’onestà in un mondo disonesto è sacrificio quotidiano. È rinunciare a vantaggi immediati per la fedeltà a un valore superiore. È consumarsi per la giustizia invece che accumulare per l’interesse.

Livatino lo sapeva. Nel suo diario spirituale scrive:

“Il mio lavoro deve essere un’offerta. Ogni sentenza deve essere un atto d’amore. Non per gli uomini, ma per Dio. E se questo mi costerà la vita, sia fatta la Sua volontà”.

Il profumo del sacrificio.

2. Il profumo dell’amore: quando Maria unge i piedi di Gesù

Ma c’è un altro profumo decisivo nella Scrittura. È nel Vangelo di Giovanni, capitolo 12:

“Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e la casa si riempì dell’aroma di quel profumo” (Gv 12,3)

Tre elementi:

a) Il profumo è prezioso

“Trecento grammi di nardo purissimo” valevano un anno di salario. Maria dona il più prezioso che ha. Non il superfluo. Ciò che ha di più prezioso.

L’onestà costa. Costa opportunità perdute. Costa carriere mancate. Costa soldi non guadagnati. Costa amicizie rotte. L’onestà non è gratis. È costosa come il nardo purissimo.

b) Il profumo è sprecato

Giuda protesta: “Perché questo spreco? Si poteva vendere e dare ai poveri!”. Ma Gesù difende Maria: “Lasciala fare. I poveri li avrete sempre con voi, me non sempre”.

L’onestà sembra uno spreco. Gli uomini “pratici” dicono: “Ma perché essere così rigidi? Un piccolo compromesso non fa male a nessuno. Anzi, con i soldi guadagnati potresti fare del bene!”.

Ma Gesù dice: No. Ci sono momenti in cui bisogna “sprecare”. Bisogna dare tutto. Senza calcolo. Senza misura. Perché non tutto si riduce all’utile. C’è qualcosa che vale più dell’utile: la verità, l’onestà.

c) Il profumo riempie la casa

“La casa si riempì dell’aroma”. Non solo la stanza. La casa. Tutti sentirono. Tutti furono avvolti da quella fragranza.

L’onestà si diffonde. Non resta confinata alla persona onesta. Si espande. Raggiunge gli altri. Li tocca. Li trasforma. Anche chi non la pratica, la riconosce. La ammira. Ne è attratto. Ne è giudicato.

Quando Livatino entrava in tribunale, c’era un profumo. I colleghi lo sentivano. Gli avvocati lo sentivano. Perfino gli imputati lo sentivano. Era il profumo dell’onestà. E quel profumo metteva a disagio chi viveva nella disonestà, ma incoraggiava chi cercava la giustizia.

3. Il profumo di Cristo: quando i cristiani diventano “fragranza”

Ma il testo più straordinario è in San Paolo:

“Siano rese grazie a Dio, il quale sempre ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e per mezzo nostro diffonde ovunque il profumo della sua conoscenza! Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo per quelli che si salvano e per quelli che si perdono; per gli uni odore di morte per la morte, per gli altri odore di vita per la vita” (2Cor 2,14-16)

Testo sconvolgente. Paolo dice: noi cristiani siamo il profumo di Cristo, fragranza di Cristo. Non “portiamo” un profumo. Non “diffondiamo” un profumo. Siamo il profumo.

E questo profumo ha un effetto paradossale:

  • Per chi si apre a Dio, è “profumo di vita per la vita”
  • Per chi si chiude a Dio, è “profumo di morte per la morte”

Lo stesso profumo. Due reazioni opposte.

Perché? Perché il profumo dell’onestà giudica. Non a parole. Ma con la sua sola presenza. Quando in una stanza piena di corrotti entra un uomo onesto, non ha bisogno di parlare. La sua sola presenza è un giudizio. La sua sola vita è una denuncia.

Per questo i corrotti odiano gli onesti. Non perché gli onesti li accusano (magari non lo fanno nemmeno). Ma perché la loro sola esistenza è un rimprovero vivente.

Livatino non faceva proclami. Non scriveva articoli accusatori. Non andava in televisione. Semplicemente faceva il suo lavoro con onestà assoluta. Ma quella onestà era così luminosa che abbagliava. E chi vive nelle tenebre odia la luce.

Per i mafiosi, Livatino era “odore di morte”. La sua onestà li condannava. Non potevano comprarla. Non potevano piegarla. Non potevano corromperla. E allora dovevano eliminarla.

Ma per i giusti, per i giovani magistrati che lo guardavano, per i semplici cittadini che vedevano in lui un’altra possibilità di Sicilia, Livatino era “odore di vita”. La sua onestà diceva: “Un altro mondo è possibile. Si può vivere diversamente. Si può servire lo Stato senza servirsi dello Stato”.


II. L’ONESTÀ COME PROFUMO: FENOMENOLOGIA DI UNA VIRTÙ

Ma che cos’è esattamente l’onestà? Perché è così rara? E perché è così preziosa?

1. L’onestà è coerenza tra essere e apparire

La parola italiana “onestà” viene dal latino honestas, che deriva da honor (onore). Ma il greco usa una parola ancora più bella: aletheia, che significa verità. E verità (aletheia) etimologicamente significa “non-nascondimento” (a-lethes: non-nascosto).

L’onestà è non nascondere. È essere trasparenti. È che ciò che sono dentro coincide con ciò che mostro fuori. Non maschere. Non doppiezze. Non zone d’ombra.

Dante, nel Paradiso, descrive le anime beate come esseri così trasparenti che attraverso loro si vede la luce di Dio senza ostacoli. Scrive:

“Quali per vetri trasparenti e tersi, o ver per acque nitide e tranquille… tornan d’i nostri visi le postille” (Paradiso III, 10-12)

Le anime pure sono come vetri trasparenti. Cristalli. La luce le attraversa senza essere trattenuta. Questo è l’onestà: trasparenza.

Livatino era trasparente. Quello che pensava, lo diceva. Quello che diceva, lo faceva. Quello che faceva, lo era. Non c’era scarto. Non c’era finzione. Era uomo intero. E questa integrità è rarissima.

2. L’onestà è fedeltà a un ordine superiore

Ma l’onestà non è solo trasparenza psicologica. È anche fedeltà morale. È scegliere di obbedire a una legge superiore anche quando l’interesse personale suggerirebbe altro.

Kant lo ha espresso con chiarezza nel suo imperativo categorico:

“Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere come principio di una legislazione universale”.

Significa: comportati in modo tale che se tutti si comportassero come te, il mondo funzionerebbe. Non fare eccezioni per te stesso.

L’uomo disonesto dice: “Va bene che la regola vale per tutti. Ma io sono un caso speciale. Io ho bisogno. Io ho urgenze. Io ho diritto”. E così crea un’eccezione. E se tutti creano eccezioni, non c’è più legge.

L’uomo onesto dice: “La legge vale per tutti. Anche per me. Specialmente per me. Perché se io, che devo farla rispettare, la violo, come posso pretendere che gli altri la rispettino?”.

Livatino era magistrato. Esercitava un potere. Avrebbe potuto piegare le leggi. Poteva interpretarle creativamente. Poteva chiudere un occhio. Ma non lo faceva, non l’ha fatto. Perché sapeva che la giustizia inizia dall’autolimitazione del potere. Il giudice giusto è quello che sa che la legge ha un limite e obbedisce alla legge prima ancora di farla rispettare.

3. L’onestà è coraggio

Ma l’onestà non è solo questione intellettuale. Non basta conoscere la differenza tra bene e male. Bisogna avere il coraggio di scegliere il bene anche quando costa.

Aristotele lo sapeva. Nella Etica Nicomachea scrive: “La virtù morale comporta il piacere e il dolore. Per questo è difficile. Facile è fare ciò che piace. Difficile è fare ciò che costa”.

Ed è qui che la maggior parte degli uomini fallisce. Non perché non sanno cosa è giusto. Lo sanno benissimo. Ma non hanno il coraggio di farlo. Perché costa troppo.

Livatino lo scrive nel diario:

“Ho paura. Sarebbe assurdo negarlo. Ho paura di morire. Ma ho più paura di non fare il mio dovere che di morire. Perché se muoio facendo il mio dovere, muoio da uomo. Ma se vivo tradendo il mio dovere per paura, vivo da codardo”.

Ecco il coraggio. Non è assenza di paura. È fare ciò che è giusto nonostante la paura.

4. L’onestà è solitudine

E c’è un altro aspetto, drammatico: l’onestà è spesso solitudine.

Perché? Perché in un mondo disonesto, l’onesto è sempre minoranza. È sempre controcorrente. È sempre fuori posto.

I colleghi lo guardano con sospetto: “Perché lui sì e io no? Mi sta giudicando? Mi sta facendo la morale?”. Gli amici si allontanano: “È diventato rigido. Non è più dei nostri”. I potenti lo temono: “È pericoloso. Non possiamo controllarlo”.

E l’onesto si ritrova solo. Incompreso. Talvolta deriso. “Sei un ingenuo”, gli dicono. “Sei un idealista fuori dalla realtà”. “Ti fai del male da solo”.

Ma l’onesto sa che non è solo. Oltre alla serenità della coscienza c’è Qualcuno che vede. C’è Qualcuno che approva. C’è Qualcuno che, alla fine, giudicherà.

Livatino scriveva in testa ad ogni pratica: “S.T.D.” – Sub Tutela Dei (Sotto la protezione di Dio). Non era solo. Viveva alla presenza di Dio. E questo gli bastava.

5. Il nemico dell’onestà: il clientelismo

Ma se l’onestà è così preziosa, perché è così rara? Quali sono le forze che la ostacolano? Tra tutte, una emerge con chiarezza particolare nel contesto italiano: il **clientelismo**.

Il clientelismo è l’anticamera della corruzione. È più sottile, più pervasivo, più accettato socialmente della corruzione. Ma ne è il terreno fertile. Come disse Leonardo Sciascia: “Il clientelismo è l’anticamera della mafia”.

In Italia si parla spesso di corruzione, di mafia, di illegalità diffusa. Molto meno si parla di clientelismo, come se fosse un peccato veniale della nostra storia civile. Eppure è proprio il clientelismo — più della corruzione e insieme ad essa — a generare il clima di rassegnazione per cui “tutto cambia, ma nulla cambia”.

È un fenomeno antico come gli imperi, tenace come la gramigna, mimetico come quei serpenti di cui parla Plinio, che cambiano pelle ma restano serpenti. Si trasforma, muta linguaggi e volti, ma resta identico nella sostanza: la rinuncia al diritto in cambio di un favore.

La cultura lo ha capito prima della politica

La cultura italiana ha intuito ciò che spesso le istituzioni non hanno voluto vedere:

  • Dante colloca nell’Inferno chi — per paura, convenienza o vigliaccheria — consegna la città ai potenti ingiusti: è la fotografia dell’Italia che si arrende.
  • Manzoni mostra che don Rodrigo non è forte perché è “cattivo”, ma perché molti, attorno a lui, trovano comodo il suo potere.
  • Verga racconta il fatalismo di un popolo che cerca protezione anziché diritti: è l’inizio di tutte le catene.
  • Pirandello nota che in Italia non si chiede “che cosa è giusto”, ma “chi comanda”.
  • Sciascia chiude il cerchio: “Il clientelismo è l’anticamera della mafia.”

La letteratura, insomma, non ci risparmia: ci mostra che il clientelismo non è un incidente, ma un’abitudine, una postura sociale.

Un sistema a tre voci

Il clientelismo non vive solo dove c’è un potente che dispone — vive dove c’è un cittadino che chiede e un mediatore che traffica. È un triangolo perfetto, come in una tragedia di Sofocle, dove ciascuno è indispensabile all’altro:

  • Il potente governa e dispone
  • Il mediatore lucra e traffica
  • Il cittadino chiede e spera

E la città resta immobile. Il clientelismo è la negazione dell’onestà perché sostituisce il diritto con il favore, la legge con la relazione, il merito con l’appartenenza.

Perché il clientelismo è la negazione dell’onestà

Come si fa a parlare di onestà in un Paese dove il favore è più forte del diritto?

Si può parlare di onestà perché l’onestà è l’unico gesto che spezza la dipendenza. Hemingway diceva: “Il mondo spezza tutti, ma poi molti diventano più forti nei punti spezzati.” L’onestà è esattamente questo: forza nella fragilità.

E Dostoevskij ricordava che “la bellezza salverà il mondo”. La bellezza della trasparenza, della giustizia, della legge uguale per tutti: è questa la bellezza civile che può salvare il Paese.

Ma l’onestà personale, da sola, non ce la fa. Perché il clientelismo non è soltanto un comportamento: è un contesto che plasma i comportamenti.

Livatino lo sapeva. Operava in una Sicilia dove il clientelismo era radicato quanto la mafia. Dove per ottenere qualsiasi cosa — un posto di lavoro, una casa popolare, persino un semplice certificato — bisognava “conoscere qualcuno”. Dove il diritto era un’astrazione e il favore era la realtà.

E proprio per questo la sua onestà brillava così intensamente. Perché non si limitava a non essere corrotto: rifiutava l’intero sistema del favore. Non voleva intermediari. Non voleva raccomandazioni. Non voleva scorciatoie. Voleva solo la legge. E questa purezza lo rendeva invincibile e vulnerabile allo stesso tempo.


III. ROSARIO LIVATINO: ANATOMIA DI UN’ONESTÀ EROICA

E ora veniamo a lui. A questo giovane magistrato siciliano che ha incarnato l’onestà fino al martirio.

1. L’onestà nel quotidiano: il lavoro come preghiera

Prima di tutto: Livatino non era un eroe romantico. Era un uomo concreto, pratico, metodico. Studiava le carte fino a notte fonda. Preparava le sentenze con meticolosità assoluta (scriveva tutto a mano o con la macchina da scrivere, non c’erano i computer). Non lasciava nulla al caso.

I suoi colleghi ricordano: le sentenze di Livatino erano inattaccabili. Motivate in modo esemplare. Documentate con precisione assoluta. Giuridicamente perfette.

Perché questa cura? Perché per lui il lavoro era servizio. Non era solo un impiego. Era una vocazione. Era il modo in cui rispondeva alla chiamata di Dio.

Nel diario scrive:

“Il magistrato è un servitore. Serve lo Stato. Serve la giustizia. Serve Dio. E servire bene significa: preparare bene, studiare bene, decidere bene. Ogni sentenza è un atto d’amore”.

Ogni sentenza un atto d’amore! Che espressione stupenda! Significa: io giudico non per punire, non per vendicare, ma per ristabilire l’ordine del bene. E questo è amore. Perché l’amore vero vuole che ciascuno abbia ciò che gli spetta. Che il colpevole sia giudicato (per giustizia, ma anche per la sua redenzione). Che l’innocente sia liberato. Che la verità emerga.

In un contesto dominato dal clientelismo, dove le sentenze potevano essere “aggiustate”, dove le pressioni erano continue, dove il magistrato “amico” era più prezioso del magistrato giusto, Livatino restava incorruttibile. E questa sua fedeltà alla legge lo isolava sempre di più.

2. L’onestà nella prova: le minacce e la tentazione di fuggire

Ma l’onestà di Livatino non fu messa alla prova solo nelle carte. Fu messa alla prova nella carne. Nelle minacce. Nella paura.

Dal 1989 in poi, le minacce si fanno sempre più insistenti. Livatino sa di essere nel mirino. Gli viene offerta la scorta. Lui rifiuta. Perché? Non per eroismo incosciente. Ma perché non vuole vivere prigioniero. E perché, in fondo, sa che se devono ucciderlo, lo uccideranno comunque. Scorta o non scorta.

Nel diario scrive:

“Ho paura. Ma non posso lasciarmi paralizzare dalla paura. Se ogni magistrato che riceve minacce si ferma, allora la mafia ha già vinto. Devo continuare. Devo fare il mio dovere. E se questa è la volontà di Dio, sia fatta”.

Qui c’è l’onestà eroica. Non è solo non rubare. Non è solo non mentire. È non tradire anche quando tradire salverebbe la vita.

Perché Livatino avrebbe potuto salvarsi. Come? Mollando. Chiedendo il trasferimento. Chiudendo un occhio. Rallentando le indagini. Mille modi. Ma lui scelse di restare. Di continuare. Di non tradire. E questo lo portò alla morte.

3. L’onestà nell’ultimo istante: il perdono

E veniamo al 21 settembre 1990. La strada statale 640. L’auto che lo insegue. Gli spari. Livatino ferito che scende dall’auto e corre nei campi. I killer che lo inseguono. Altri spari. Livatino che cade, si rialza, corre ancora. Cade di nuovo. Si rialza. Corre. Cade.

Un testimone che vede la scena da lontano dirà: “Sembrava che stesse pregando mentre correva”.

Pregava. Mentre lo uccidevano. “Picciotti che male vi ho fatto?” E per chi pregava? Lo sappiamo dal diario, dove poco prima aveva scritto:

“Se mi uccideranno, voglio perdonare chi mi ucciderà. Voglio pregare per lui. Perché anche lui è figlio di Dio, anche se ha perso la testa e la strada”.

L’ultimo atto di onestà: il perdono. “Picciotti che male vi ho fatto?” Non odio. Non maledizione. Non vendetta. Ma perdono.

Perché l’onestà suprema è questa: riconoscere nell’altro, anche nel nemico, anche nell’assassino, un fratello. Riconoscere che anche il mafioso è creatura di Dio. Anche lui ha ricevuto una chiamata. Anche lui avrebbe potuto scegliere diversamente.

E pregare per lui. Perché si converta. Perché si salvi. Questo è il profumo di Cristo. Il profumo dell’amore che arriva fino al perdono dei nemici. Il profumo della croce.


IV. IL PROFUMO CHE RESTA: L’EREDITÀ DELL’ONESTÀ

E ora, trentacinque anni dopo, cosa resta? Resta il profumo.

1. Il profumo che giudica: la memoria come esame di coscienza

Quando ricordiamo Livatino, non facciamo solo un atto commemorativo. Facciamo un esame di coscienza. La sua memoria ci interroga:

  • E io? Sono onesto?
  • E io? Ho il coraggio di dire no quando dovrei?
  • E io? Tradisco per convenienza?
  • E io? Mi giustifico dicendo “tutti fanno così”?
  • E io? Quando seguo il potente o prepotente di turno per il mio tornaconto?

Il profumo dell’onestà di Livatino giudica la nostra disonestà. Non a parole. Ma con la sua sola presenza. Come il profumo di Cristo che Paolo dice essere “odore di morte per chi si perde”.

Se davanti alla storia di Livatino restiamo indifferenti, se diciamo “era un altro tempo”, “era un caso speciale”, “io non posso fare così”, allora quel profumo ci giudica. Ci dice: tu stai scegliendo la mediocrità. Tu stai scegliendo il compromesso. Tu stai tradendo.

2. Il profumo che ispira: la testimonianza come chiamata

Ma quel profumo non solo giudica. Ispira. Chiama e richiama.

Quanti giovani magistrati, leggendo la storia di Livatino, hanno trovato il coraggio di non piegarsi? Quanti avvocati hanno scelto di non difendere la mafia? Quanti cittadini comuni hanno scelto di denunciare invece di tacere?

Il profumo dell’onestà è contagioso. Si diffonde. Raggiunge i cuori. Li tocca. Li trasforma.

È quello che Paolo chiama “profumo di vita per chi si salva”. Chi si apre a quel profumo, chi lo accoglie, chi dice “io voglio vivere così”, costui viene trasformato. Costui rinasce.

3. Il profumo che santifica: l’onestà come via di santità

Ma c’è un ultimo aspetto, il più importante: l’onestà è via di santità.

Per secoli abbiamo pensato che la santità fosse solo per i mistici, per gli eremiti, per chi si ritira dal mondo. E invece no. La santità è per tutti. Anche per il magistrato. Anche per l’operaio. Anche per la madre di famiglia.

E la santità si gioca nell’onestà quotidiana. Nel fare bene il proprio lavoro. Nel non tradire. Nel non mentire. Nel non rubare. Nel non corrompere. Nel non corrompersi.

Livatino è santo non perché ha avuto visioni. Non perché ha fatto miracoli. Ma perché ha fatto bene il suo lavoro. Ha servito lo Stato con onestà. Ha amministrato la giustizia con equità. Ha vissuto con coerenza. E quando è stato chiamato a dare la vita per non tradire, l’ha data.

Questo è santità. Santità laicale. Santità del quotidiano. Santità dell’onestà.

Papa Francesco, in occasione della beatificazione, ha detto:

“Rosario Livatino ci insegna che la santità è vivere il Vangelo nella concretezza della propria vita. È fare le proprie scelte alla luce della fede. È essere coerenti”.


V. CHIAMATA FINALE: “E TU?”

E ora, sorelle e fratelli, la domanda si rivolge a ciascuno di noi. E tu? Come vivi l’onestà?

Non parlo solo dei grandi gesti eroici. Parlo del quotidiano:

  • Quando compili la dichiarazione dei redditi, sei onesto?
  • Quando qualcuno ti dà il resto sbagliato a tuo favore, lo dici, lo restituisci?
  • Quando potresti non pagare un biglietto perché nessuno controlla, paghi comunque?
  • Quando sul lavoro nessuno ti vede, lavori lo stesso con impegno?
  • Quando potresti dire una piccola bugia per evitare un fastidio, dici la verità?

L’onestà si gioca qui. Nel piccolo. Nel nascosto. Nel quotidiano.

L’onestà è liberazione

E c’è una verità che vorrei lasciarvi, una verità che Livatino ha vissuto e che la Scrittura proclama: L’onestà non è un peso. È una liberazione.

Sembra paradossale. Sembra che essere onesti sia faticoso, costoso, pesante. E in parte lo è. Ma c’è una libertà immensa che nasce dall’onestà:

  • La libertà di guardare gli altri negli occhi senza vergogna
  • La libertà di dormire la notte senza rimorsi
  • La libertà di non aver paura che qualcuno scopra qualcosa
  • La libertà di vivere con trasparenza
  • La libertà di essere sé stessi

Il disonesto è sempre prigioniero. Prigioniero delle sue bugie. Prigioniero dei suoi segreti. Prigioniero della paura di essere scoperto. Deve ricordare cosa ha detto a chi. Deve stare attento a non contraddirsi. Deve gestire le apparenze. Deve fingere.

L’onesto è libero. Dice sempre la verità, quindi non deve ricordare nulla. È sempre sé stesso, quindi non deve fingere. Non ha segreti da nascondere, quindi non ha paura.

Gesù lo ha detto: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32).

L’onestà è libertà. E il profumo dell’onestà è il profumo della libertà.

Che cosa devono fare lo Stato e le Regioni

Ma l’onestà personale, per quanto necessaria, non basta. Perché il clientelismo non si abbatte con appelli morali, ma con strutture giuste. Ecco allora alcuni pilastri decisivi:

1. Rendere i diritti esigibili

Un diritto è tale solo se può essere esercitato senza intermediari. Casa, sanità, servizi sociali, trasporti, istruzione, sostegni alle famiglie, e soprattutto lavoro — che è la prima forma di dignità — devono essere accessibili a tutti, con procedure chiare e automatiche.

Un cittadino che non deve chiedere favori è un cittadino libero.

2. Trasparenza radicale

Ogni concorso, graduatoria, appalto deve essere pubblico e tracciato digitalmente. Il Sud avrebbe bisogno di un sistema informatico avanzato, semplice, obbligatorio: le ombre sono il nutrimento del favore.

La trasparenza è l’ossigeno dell’onestà e il veleno del clientelismo.

3. Merito e responsabilità

Finché le carriere si basano sulla fedeltà e non sulla competenza, il favore resterà la moneta più preziosa. Premiare il merito significa sottrarre terreno all’intermediazione opaca.

E chi sbaglia deve pagare. La responsabilità non può essere diluita nell’anonimato burocratico.

4. Tracciare ogni euro

Il denaro pubblico non può scomparire nei meandri della burocrazia. Ogni euro, dall’Europa al Comune più piccolo, deve essere monitorato.

La tecnologia oggi lo permette. Manca, forse,  solo la volontà politica.

5. Presenza reale dello Stato nei quartieri fragili

Se la scelta è tra la burocrazia che non risponde e il “capo-quartiere” che risolve, vincerà sempre quest’ultimo. Servono educatori, servizi, centri giovanili, ascolto e dignità.

Uno Stato che non chiede fedeltà, ma garantisce equità, è uno Stato credibile.

L’onestà come rivoluzione silenziosa

Alla fine, l’onestà è possibile solo dove i diritti sono forti. Una società che non trova più conveniente il favore, ma normale la giustizia, è una società che cresce.

Il clientelismo non è un destino: è una rinuncia. E la rinuncia — come ci insegna la letteratura — è l’inizio della decadenza.

Al contrario, la normalità dell’onestà è la vera rivoluzione civile. Silenziosa, ma definitiva.

Livatino ce lo ha mostrato. Non con proclami, ma con la vita. Non con teoremi, ma con il martirio.


CONCLUSIONE: IL TESTAMENTO DI LIVATINO

Lasciatemi concludere con le parole di Livatino stesso che traggo dal suo diario. Poche settimane prima della morte, scrisse:

“Non so quanto tempo mi resta. Ma so questo: voglio viverlo nell’onestà. Nell’onestà verso Dio, verso lo Stato, verso me stesso. E se per questo dovrò morire, sia fatta la volontà di Dio. Ma non tradirò. Mai”.

Questo è il suo testamento. Non ha lasciato ricchezze. Non ha lasciato proprietà. Ha lasciato un profumo. Il profumo dell’onestà. Il profumo della coerenza. Il profumo della fedeltà. Il profumo della trasparenza. Il profumo del martirio.

E quel profumo ancora oggi riempie questa sala. Ancora oggi ci interroga. Ancora oggi ci chiama. Ancora oggi ci trasforma.

San Paolo diceva: “Noi siamo il profumo di Cristo” (2Cor 2,15).

Livatino lo è stato. E ci chiama a esserlo anche noi.

Sub Tutela Dei, amici. Sotto la protezione di Dio. Come lui. Per sempre.


PREGHIERA FINALE

Beato Rosario Angelo Livatino,

martire dell’onestà e della fede,

tu che hai scelto di morire piuttosto che tradire,

intercedi per noi presso Dio.

Donaci il coraggio dell’onestà.

Donaci la forza della coerenza.

Donaci la libertà della verità.

E fa’ che anche noi possiamo diffondere

il profumo di Cristo nel mondo,

il profumo dell’onestà,

il profumo della giustizia,

il profumo dell’amore.

Sub Tutela Dei.

Sotto la protezione di Dio,

noi viviamo.

Noi combattiamo.

Noi crediamo.

Noi speriamo.

Noi amiamo.

Amen.

Agrigento Fondazione Lucchesiana, 27 novembre 2025 ore 18

 

+ P.Vincenzo Bertolone

Arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace

IL CORAGGIO DELLA LIBERTÀ

Luigi D’Angelo*

 

Relazione del dott. Luigi D’Angelo al convegno Il profumo dell’onestà. Il beato Rosario Angelo Livatino: un uomo cristianamente realizzato”, del 27 novembre 2025 in Lucchesiana

 

Saluti

A don Angelo Chillura, infaticabile direttore della Biblioteca Lucchesiana ed organizzatore di questo incontro

ai due eccezionali relatori

  • Vincenzo Bertolone, Arcivescovo emerito di Catanzaro-Squilllace. postulatore della causa di Beatificazione di Livatino
  • Alessandro Damiano, Arcivescovo di Agrigento

 in rappresentanza di tutti i presenti (autorità e non), al Sig. dott. Salvatore Caccamo, Prefetto di Agrigento

 

 

PREMESSA

Ho sentito il dovere di curare la conservazione della memoria di Rosario Livatino e man mano ho raccolto singoli aspetti conservati in ben 12 capitoletti, ciascuno dei quali richiede un tempo di illustrazione. Per l’incontro di questa sera ho scelto di soffermarmi sugli aspetti oggetto di tre capitoletti.

 

LA FONTE DELLA MIA CONOSCENZA

 

Come gli spiriti più sensibili, Rosario Livatino custodiva gelosamente il proprio privato e non ha mai consentito alcuno spazio di esteriorità alla sua attività professionale (mai concessa una sola immagine a fotografi e mai concessa una intervista alla stampa).

Con Rosario non ho avuto quel tipo di amicizia che deriva dal trascorrere assieme il tempo libero con gli hobby più diffusi, né con lo sport, né con la cena del sabato sera, anche perchè, appena completato il lavoro, lui correva a casa dove lo attendevano gli anziani genitori.

E’ da dire che la mia nascita data nell’autunno del 1948 mentre quella di Rosario data nell’autunno del 1952. Tuttavia, la piccola differenza di età, specie in anni in cui gli attuali mezzi di comunicazione erano inimmaginabili, non implicava l’appartenenza a diverse generazioni con difformi culture e comportamenti.

Inoltre, nel mio caso, la comune base formativa, direttamente riferibile al messaggio evangelico, rendeva riconoscibili le pulsioni d’impegno che, da quella base, si producevano nel lavoro.

Il Tribunale di Agrigento era allora un piccolo presidio cui incombeva l’onere di  affrontare la peggiore criminalità organizzata. In un simile contesto lavorativo era normale che proprio dalla dialettica processuale si sviluppasse uno straordinario livello di conoscenza e valutazione personale tra i giudici del collegio penale e ciascuno dei quattro sostituti della Procura (livello ben più alto sia di quello tra P.M che siano assegnatari delle indagini su ipotesi di reato diverse, sia di quello tra Giudici che compongano diverse sezioni giudicanti).

Per quel che mi riguarda, devo aggiungere che per due mandati consecutivi rappresentammo insieme la locale sezione dell’A.N.M. Ma su questo punto tornerò più avanti.

Alla fine del 1988 Rosario chiede il trasferimento al Tribunale di Agrigento, dove si insedia il 20 agosto 1989 ed a sua richiesta viene assegnato alla sezione penale. Non era la mia sezione ma, come avviene nei piccoli tribunali, da allora abbiamo assai spesso lavorato assieme. In particolare nell’estate del 1990 abbiamo lavorato nella sezione feriale dal 1° agosto fino alla metà di settembre ed esattamente fino a tre giorni prima della sua uccisione..

Altre fonti preziose si sono rese disponibili nel post mortem. Le agendine ed i due scritti dei quali si è avuta conoscenza solo dopo la sua uccisione e dopo i tempi delle indagini penali.

Nelle agendine Rosario annotava telegraficamente la quotidianità, riservando solo qualche lapidario commento ai momenti più significativi della sua vita, con la conseguenza che proprio queste scarne annotazioni assumono grande rilevanza, offrendo interpretazioni autentiche dei suoi atti e dei suoi sentimenti .

Ancor più esplicita base di interpretazione del suo straordinario impegno professionale può essere tratta dal testo scritto di due relazioni (le uniche tenute in pubblico).

La prima, tenuta nel 1984, tratta “il ruolo del giudice nella società che cambia” con l’enunciazione di un codice etico (ancora di massima attualità) del magistrato; codice che ovviamente palesa quali criteri deontologici conformavano la conduzione della sua attività professionale.

La seconda, tenuta nel 1986, affronta il tema “fede e diritto” e, dopo una colta premessa espositiva, esplode nelle conclusioni dove è dato riscontrare le radici della sua anima e del suo impegno. e trova chiara esplicitazione l’incidenza della sua religiosità autenticamente cristiana nella sua laica attività professionale.

LE AGENZIE DELLA FORMAZIONE DI ROSARIO LIVATINO

Per cogliere le ragioni che hanno condotto all’uccisione di Rosario Livatino, occorre ripercorrerne brevemente la formazione per individuare le componenti essenziali che, sinergicamente intrecciandosi, aiutano a configurare le radici della sua personalità.

 

LA FAMIGLIA

Rosario Livatino era nato nell’autunno del 1952 da una coppia che solo in età avanzata aveva coronato il sogno della genitorialità e che da allora avrebbe vissuto inchinata all’amore del figlio. E Rosario, onorando il padre e la madre, ha sempre ricambiato questo amore ed ha curato costantemente di essere vicino, materialmente e moralmente, ai suoi anziani genitori, anche a costo di sacrificare la propria vita personale.

La rilevanza di questo amore nella conduzione di vita di Rosario apparirà ancor più evidente quando queste note affronteranno l’accettazione del martirio.

In questo nido d’amore, Rosario Livatino era cresciuto in una famiglia della buona borghesia che lo aveva saldamente guidato verso i valori della semplicità, della cultura, dell’onestà e dell’impegno; valori, sempre proposti alla luce di una viva adesione al Cristianesimo con vere testimonianze di religiosità.

Sin dalla più tenera età, Rosario era stato abituato dai genitori a frequentare la vicina chiesa di San Domenico, sita nel centro di Canicattì e sempre piena di fedeli. In quella chiesa aveva  ricevuto i primi insegnamenti del catechismo ed il sacramento dell’Eucarestia. E quella chiesa egli continuò a visitare sino all’ultimo dei suoi giorni.

 

LA SCUOLA

Rosario Livatino aveva frequentato le scuole elementari e le medie con risultati eccellenti.

Poi, aveva scelto il Liceo classico. Benvoluto dai compagni ed alunno prediletto dell’intero corpo docente.

A distanza di decenni, la professoressa Ida Abate (che, per prima, ha osato accennare alla beatificazione) ne descriveva l’ansia di cultura e la curiosità intellettuale – specie nelle tematiche proprie di quel Liceo – e non nutriva alcun dubbio che tale livello di impegno aveva consentito a Rosario di acquisire una raffinata capacità di analisi critica, di interpretazione autonoma dei fatti, di dialogo e di costruttiva progettualità.

 

IL CONCILIO VATICANO II

La giovinezza di Rosario si colloca proprio a cavallo tra la metà degli anni 60 ed i primi anni 70. Nella formazione che Rosario matura in quegli stessi anni, va certamente attribuito al Concilio Vaticano II un ruolo di grande rilevanza  E’ utile ricordare che quel concilio. Fu  aperto nel 1962 sullo slancio dell’eccezionale sensibilità umana di Papa Giovanni XXIII, fu portato a compimento nel 1965 grazie alla straordinaria cultura di Papa Paolo VI e fu  attuato dai successori Giovanni Paolo II  e Francesco.

Quel Concilio ha segnato la fine degli scontri tra religioni, ha aperto un dialogo costruttivo con tutte le confessioni cristiane ed ha rimodulato il rapporto tra sacro e fede e, in particolare, ha conferito alla fede il ruolo di testimonianza operosa verso il prossimo. La fede non può essere intesa come adesione meramente formale al cristianesimo, ma richiede a ciascuno una coraggiosa e concreta operosità in testimonianze attraverso le quali sia dato cogliere coerenza al messaggio evangelico in favore del prossimo, a partire dalla dignità di ogni persona nella convivenza civile della quale si è parte, in guisa che risulti immediata e chiara la condanna del male.

Da quel concilio, Rosario Livatino aveva appreso una comprensione nuova della funzione della Chiesa nella città. Aveva acquisito una sensibilità ed un senso di responsabilità personale nuovi nei confronti dei problemi non solo sociali sui quali pesava, come un macigno eticamente insopportabile, il potere violento della mafia.

Per rispetto della completezza, deve accennarsi che, coevemente alla fase conclusiva di quel Concilio, la società civile si confrontava con la contestazione giovanile che, pur tra tanti drammatici errori e pur confusamente, aveva aperto un dibattito nuovo in tema di rapporti sociali, economici e politici, aprendo una finestra nello stagnante assetto del precedente di quell’epoca.

Su tali basi, è naturale che la raffinata cultura umanistica maturata attraverso gli studi classici, portasse il giovane intellettuale ad assimilare l’essenza più genuina e pura dei fermenti religiosi e culturali di quegli anni.

Frattanto, Rosario Livatino procede speditamente negli studi. Si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’Università degli studi di Palermo ed il 9 luglio 1975 (prima sessione utile) consegue la laurea con il massimo dei voti e la lode.

Partecipa al primo concorso per la magistratura e lo supera brillantemente.

Compiuto l’anno di tirocinio, il 29 settembre 1979, Rosario Livatino si immette nel possesso delle funzioni di sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Agrigento.

E’ in quel giorno che ho conosciuto Rosario Livatino perché nello stesso Tribunale mi ero immesso quattro anni prima.

LA TESTIMONIANZA

Nulla meglio della sua lucida progettualità e della sua concreta operatività potrebbe scandire il solare messaggio di fede che Rosario ci tramanda con una testimonianza che, in assoluta prevalenza, si realizza nell’ambito della funzione pubblica della  giurisdizione.

 

1) LA SCELTA DELLA MAGISTRATURA

 Si è già detto delle eccezionali capacità dello studente Rosario Livatino che sarebbe stato certamente in grado di superare procedure concorsuali per l’accesso a professioni decisamente più remunerative (notariato, avvocatura, manager …). Ma, Rosario aveva seguito il richiamo irrefrenabile della magistratura sulla quale aveva puntato tutto per la connotazione di indipendenza che consente di intervenire, con immediatezza ed incisività, a favore degli altri e, attraverso i valori della giustizia e della pace, di costituire il lievito per la rinascita e la ricostruzione di questa terra.

 Invero, alla data del 18 luglio dell’anno 1978 – giorno in cui entra in magistratura ­- Rosario annota nella sua agenda: “Oggi ho prestato giuramento: da oggi sono in magistratura. Che lddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento ed a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige“.  Poche parole, scevre da ogni ambito di orgoglio o di autostima, ma consacrazione di vita al dovere, alla responsabilità individuale, ed all’educazione ricevuta.

Evidente la centralità dell’invocazione a Dio come ispiratore e guida dell’operato del giudice; alla fedeltà al giuramento perché le sentenze siano sempre affermazione di verità e giustizia; al rispetto degli insegnamenti educativi ricevuti in famiglia.

2) LA SCELTA DELLA SEDE.

La città di Agrigento è vicina a Canicattì e consentiva a Rosario di restare accanto agli amati genitori e vicino ai suoi affetti.

E’ noto che Agrigento è terra di mafia ed in particolare di “cosa nostra” che, come nelle province di Palermo, Trapani e Caltanissetta, vi ha la sua massima espressione.

Rosario Livatino lo sapeva bene così come sapeva bene che il Tribunale di Agrigento era allora un piccolo presidio giudiziario, afflitto da cronica scopertura dell’organico dei magistrati.

Tuttavia, volle operare nella sua terra, nella piena consapevolezza dello sforzo necessario per rompere gli schemi dell’onnipotenza di una criminalità fino ad allora invincibile e poco disturbata. E dal palazzo di giustizia di Agrigento non volle mai allontanarsi neppure quando, in relazione al livello dell’attività professionale, si erano resi chiaramente percepibili gli effetti della sovraesposizione e concreto il pericolo che ne conseguiva.

 

3) LE VALUTAZIONI PROFESSIONALI

Negli atti del fascicolo personale ed in quelli dell’archivio del Consiglio Superiore della Magistratura relativi alle periodiche valutazioni di professionalità per la progressione in carriera risulta univoco il riconoscimento: che Rosario Livatino fosse dotato di brillante intelligenza, di capacità di analisi ed intuito; che al carattere serio e riflessivo ed ai modi garbati, modesti e sobri, associasse uno straordinario attaccamento al lavoro e palesasse l’impegno costante ad affinare e tenere aggiornata la notevole preparazione. Tale giudizio, lusinghiero e massimamente elogiativo, lo ha sempre accompagnato.

Quanti gli eravamo vicini nella quotidianità del lavoro, possiamo affermare che era certamente un magistrato tecnicamente attrezzato (senza supporto tecnico si fanno solo guasti e le superficialità vanificano ogni sforzo) e che utilizzava il rigore della sua riflessiva intelligenza ed il suo intuito fecondo per leggere ed analizzare una realtà apparentemente magmatica, ma spesso funzionale all’intrecciarsi di complessi interessi criminali.

 

4) L’IMPEGNO LAVORATIVO

Ma quello che colpiva davvero era la sua lucida consapevolezza dello sforzo necessario per rompere gli schemi dell’onnipotenza della criminalità mafiosa. 

Avvertiva che alle grandi sfide, cui era chiamato nell’impegno lavorativo, occorreva rispondere con un valore aggiunto o, meglio, con un supplemento d’anima che traeva ed alimentava dall’ideale di fedeltà ai valori autentici del cristianesimo, ricavandone una spinta ed una forza dirompenti, che gli imponevano di resistere ad un impegno durissimo nel lavoro e di accettare fino in fondo anche i rischi connessi ad un impegno tanto grande da apparire nuovo e concretamente dirompente rispetto ai parametri ordinari.

In sostanza, Rosario Livatino coglieva quanto il messaggio evangelico impone ai noi cristiani qualora la vita degli altri dipende da noi e concretamente testimoniava che, nella propria vita, il cristiano non può limitarsi a non fare nulla male, ma deve essere operatore di bene ed utilizzare i talenti che gli sono stati donati.

Su questo punto devo essere chiaro e mi torna utile ricorrere ad alcuni esempi afferenti singolari criticità della realtà sociale che inducevano una terrificante prospettiva di danno per la collettività di riferimento.

 

  1. A) Emergeva che, al danno diretto della soppressione di tante vite umane, i tanti omicidi perpetrati con modalità terroristiche avevano accresciuto l’assoggettamento della popolazione alla criminalità mafiosa, con il corollario marginale di un pesantissimo danno d’immagine alla vocazione turistica del territorio.

Era normale che le indagini procedessero gestite, autonomamente ed in modo scollegato sui singoli episodi, da organi di Polizia diversi se non da singoli presidi territoriali dell’Arma dei Carabinieri, con la conseguenza che, mentre l’ufficio attendeva il rapporto, si disperdesse il filo conduttore. (scambio  di   braccia  armate)

Ebbene, Livatino ha voluto andare oltre: è stato un antesignano delle forme di coordinamento  investigativo  che ha  richiesto, ottenuto e gestito con credibilità personale.

 E queste nuove metodiche hanno portato ai primi grandi processi contro la mafia (quali Ferro + 44) ed alle prime applicazioni delle misure di prevenzione patrimoniali.

 

  1. B) A fronte dell’esigenza di recuperare abnormi carenze infrastrutturali, con crescente frequenza si rilevava che la scelta delle opere pubbliche nel territorio non privilegiava quelle più utili alla collettività, ma quelle con più elevato margine di utile per le imprese. Ed appariva singolare che l’aggiudicazione per la costruzione delle opere pubbliche o per la gestione di servizi pubblici fosse sostanzialmente limitata ad un ristrettissimo novero di ditte.

Ebbene, a fronte di una fattura falsa nel senso che era stata emessa per operazione inesistente, Livatino non si limita – secondo prassi diffusa –  a chiedere la pena (peraltro all’epoca era reato contravvenzionale punito con una multa particolarmente mite) ma va oltre: nota che l’imprenditore che ha emesso la fattura è sospettato di appartenere ad ambienti mafiosi; verifica chi fosse l’imprenditore che avrebbe utilizzato la fattura falsa da trasferire con un elicottero e, saggiando finalità, approda ai fondi neri per fini corruttivi, giungendo a mettere in luce il patto spartitorio tra mafia, politica ed imprenditoria quando ancora questo concetto veniva  proposto  solo  a  livello di  mera  ipotesi.

 

  1. C) Nel governo della cosa pubblica locale o regionale e negli apparati amministrativi appariva in crescita il numero di quanti avevano usufruito del sostegno elettorale della mafia (voto di scambio che distorce gli strumenti del consenso) o da una pressante raccomandazione della mafia (distorsione del mercato del lavoro in danno degli onesti e dei meritevoli e sostituzione di burocrati competenti e responsabili con faccendieri funzionali agli interessi del potere mafioso).

Muovendo dalle doglianze relative alle esigenze logistiche delineatesi dall’improvviso incremento numerico del personale che un segretario comunale aveva formulato in una lettera inviata – per conoscenza­ anche alla Procura – Livatino aveva voluto superare una prassi di immediata archiviazione. Aveva scavato ed aveva colto le distorsioni sul mercato del lavoro indotte dall’uso deviato e clientelare delle cooperative giovanili, mettendo in luce, – seppure sotto altre ipotesi di reato – il senso proprio del voto di scambio che il legislatore avrebbe previsto come reato qualche anno dopo.

 

  1. D) Chiamato a presiedere uno dei tanti uffici elettorali per la proclamazione degli eletti in consultazioni amministrative, era riuscito a mettere in luce forme di controllo o di alterazione del voto.

 

  1. E) Di certo, in quegli anni si intuiva che gli ordinari investimenti produttivi fossero scoraggiati dal drenaggio di risorse imposto dal pizzo mafioso e che era impossibile essere concorrenti di chi ha danaro da riciclare e non deve affrontare i costi del credito bancario. Per contro, l’esigenza di riciclare ingenti proventi illeciti faceva sì che nel comune di Canicattì (che conta circa 30.000 abitanti) operassero una decina di istituti bancari.

Peraltro, il riciclaggio alimentava anche il diffondersi di abusi edilizi commessi anche in danno del patrimonio ambientale e Livatino volle superare la prassi di inquadrare gli abusi come semplici reati contravvenzionali (assai spesso fatti ascrivere a prestanome in avanzatissima età), ma aveva individuato forme più incisive per la tutela dell’ambiente (in particolare la prima sperimentazione del sequestro preventivo delle opere e la verifica dell’attività di controllo svolta dalle amministrazioni comunali ) e le aveva segnalato al Capo dell’ufficio perché ne promuovesse la diffusione, dando luogo al malumore di alcuni dei Pretori più sbrigativi.

Sarebbe vano ricordare altre vicende simili perché, a fronte dell’inaccettabile prospettiva di danno di un simile livello di degrado umano e sociale, Rosario Livatino comprese che non sarebbe stato sufficiente svolgere con ordinaria diligenza il proprio dovere e non esitò a rispondere al bisogno del suo prossimo ricorrendo a quel supplemento d’anima che testimonia la sua fede e non solo impegno laico nella promozione ed al sevizio della giustizia.

Questa conclusione era scontata per quanti eravamo vicini a Rosario nella consuetudine di lavoro: ancor prima di conoscere qualcosa dei diari e delle relazioni anzidette, traevamo questa conclusione sulla scorta dell’assoluta convergenza del suo impegno con altre fondamentali espressioni della sua personalità che ci erano ben note.

In primo luogo, è evidente che il livello di attività professionale dianzi descritto potesse offrire a Rosario notorietà e ribalte mediatiche, in realtà mai cercate ed anzi sempre rifiutate con l’intransigente rigore di figura esemplare di servitore dello Stato. Non ha mai derogato all’abitudine di svolgere il suo lavoro lontano da ogni proscenio e senza  alcuna spinta carrieristica, escludendo dal suo modo di essere magistrato ogni manifestazione che fosse o che potesse apparire finalizzata a sottolineare la propria affermazione sociale o strumentalizzata come privilegio o per finalità ultronee alla giustizia.

Era esente da qualsivoglia aspetto di compromissione culturale con forme di potere corrotto e corruttore ed operava con assoluta indipendenza ed imparzialità nei confronti di tutti, con l’onestà intellettuale di non rendere false testimonianze, blandendo i potenti di turno o, peggio, assecondandoli nell’abuso o non proclamando la giustizia.

Operava con spirito di servizio e metteva a disposizione la sua eccezionale competenza professionale verso i colleghi più giovani, per i quali costituiva un sicuro punto di riferimento.

Viveva la funzione svolta non come riconoscimento o come traguardo personale, ma come responsabilità finalizzata a servire il prossimo nel momento di una crisi con altri uomini o con la società e, in ragione di ciò, era instancabile nell’impegno di lavoro, svolto costantemente con grande passione, concedendo solo minimi margini al suo privato.

Tutto ciò ben si associava anche con la sua religiosità: si intuiva che proprio la religiosità ne fosse una matrice di rilevante consistenza. E ciò anche se Rosario, sempre riservatissimo, non la ostentava.

Ma ogni giorno, prima di iniziare il lavoro entrava nella chiesa di San Giuseppe per un momento di raccoglimento prima di entrare in ufficio per una lunga giornata di lavoro.

Questa sua devozione era ben nota, quantomeno perché tra l’ingresso della chiesa di San Giuseppe e l’ingresso del Palazzo di giustizia di allora si interponeva solo l’ingresso di un bar a quell’ora frequentatissimo.

 

5) IL CORAGGIO DELLA COERENZA

Potrebbe apparire doveroso anche un accenno al coraggio, ma sarebbe un riferimento errato perché Rosario Livatino era ben consapevole dei rischi e non intendeva sfidare nessuno ed ancor meno agire da vendicatore. In realtà, i suoi comportamenti, laicamente coerenti con una gerarchia di valori con al vertice i principi costituzionali, rispondevano a tavole etiche che rendono migliore la vita di tutti.

Su tali binari, egli manifestava il senso della carità che è amore di Dio attraverso il prossimo e che, quindi, è operativa e fattiva nel sociale e ne traeva comportamenti coerenti, accettando qualunque cosa potesse accadere, perché c’è un solo modo di essere buoni magistrati ed un solo modo di essere autenticamente cristiani.

DAL 1984 AL 1986 ALLA LUCE DI ELEMENTI

APPRESI SOLO DOPO LA SUA MORTE

 

Tutto fu ancora più chiaro, quando fu possibile avere conoscenza dei suoi scritti, che offrono indicazioni autentiche, illuminanti e coordinate con la sequenza temporale degli eventi.

Tale ricostruzione di momenti davvero cruciali vissuti da Rosario Livatino nel biennio 1984 – 1986 è supportata dalle agendine (piccolo diario di vita quotidiana con rare annotazioni relative ad eventi rilevanti).

E’ utile premettere che il 30 aprile del 1984 Rosario, su invito del “Rotary club di Canicattì”, aveva tenuto una conferenza sul tema: “Il ruolo del giudice nella società che cambia” ed il testo della relazione era stato pubblicato e fortunatamente qualche copia è stata recuperata.

Ancora oggi quello scritto è un prezioso ed attualissimo codice deontologico per la funzione o servizio del giudicare. In quel testo, Livatino trova anche il modo di sottolineare che “nel tempo i partiti politici si sono trasformati da centro di diffusione ideologica a struttura associativa caratterizzata da rigidi vincoli burocratici e gerarchici sovente finalizzata alla gestione del potere (ciò che appariva davvero scivoloso anche in proiezione di qualcosa che rassomigliava a vago prodromo di contagio negli organismi terzi ed in particolare nel governo della magistratura) ed a seguire ricordava che nelle associazioni segrete non è dato comprendere quale motivo imponga la segretezza del nome degli aderenti ed il perché le nebbie di una indistinta filantropia coprano le vere finalità ed obiettivi perseguiti).

In quegli stessi mesi il coordinamento delle attività investigative aveva portato ad una autentica retata dei vertici mafiosi della provincia (riuniti a cena ed intenti ad eleggere il nuovo rappresentante dopo l’uccisione di Carmelo Colletti) ed aveva portato Rosario ad avviare un importante processo (Ferro+44).

In questo contesto, le annotazioni del 19 giugno e del 31 dicembre 1984 improvvisamente annotano: «Vedo nero nel mio futuro.  Che Dio mi perdoni; qualcosa si è spezzato. Dio avrà pietà di me e la via mi mostrerà».

Rosario, seppur defilato, continua l’attività istruttoria, ma nel processo l’accusa sarà sostenuta da altro P.M.

Ma Rosario non si ferma, prende ad approfondire la religiosità e quale sia la via indicata da Gesù.

Il 30 aprile 1986, tiene la conferenza “Fede e Diritto” sulla quale è indispensabile soffermarsi. L’esplicita chiarezza del testo non richiede alcuna esegesi e basterà riportare qualche passo.

Nella parte III, paragrafo 2, con il sottotitolo “la fede come istanza vivificatrice dell’attività laica di applicazione delle norme” si legge: «Il compito del magistrato è quello di decidere; orbene, decidere è scegliere ed a volte scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. Non soltanto perché la scelta dirime una problematica del passato (giudizio di colpevolezza, giudizio di inadempienza etc.), ma anche perché molto spesso la scelta comporta una previsione degli effetti a venire (affidare un minore al padre o alla madre separandi).

Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata.

E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avverta con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società – che somma così paurosamente grande di poteri gli affida – disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte ed a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione.

Ed ancora una volta sarà la legge dell’amore, la forza vivificatrice della fede a risolvere il problema radicalmente».

Sul punto Livatino torna nella conclusione della medesima relazione nella parte V, con il titolo: “il rapporto tra fede e giustizia come superamento di se’ attraverso la carità: «Diritto e Fede o, se vogliamo, Giustizia e Fede sono in continuo rapporto fra loro. Non possiamo, come cattolici, non porci il problema della finalità di questo rapporto. Il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto d’amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico».

Ma non è tutto, perché Rosario è realmente sostenuto dai fondamentali e rinnovati precetti del Concilio (dei quali ho fatto cenno nell’indicare le componenti formative di Rosario).

Così Rosario non solo individua la carità quale sintesi tra “fede e diritto”, ma con immediatezza, ha cura di affermare «il non credente può sostituire il riferimento al trascendente quale origine ed alimento dell’amore verso il prossimo con un riferimento ad una spiritualità ugualmente intensa per l’altro o per il corpo sociale. Ecco che il prossimo e l’altro coincidono ed ecco che il precetto cristiano di trasformare la fede in vita vissuta si pone come una base comune o un ponte verso la moltitudine intimamente pronta ad avvicinarsi al vero Cristianesimo».

Il testo esplicita con estrema chiarezza l’enorme valore della fede operosa quando sia espressa e testimoniata nello spazio pubblico e testimonia che la fede è origine e motore di quello straordinario impegno lavorativo tanto grande da apparire nuovo e dirompente rispetto ai parametri ordinari (finora prudentemente chiamato “supplemento d’anima”) costituisca via ordinaria di lucida adesione in vita al messaggio fondamentale del Cristianesimo e certamente merita di essere chiamato fede.

E’ bello ricordare che il Vescovo don Tonino Bello invitava a non confondere la pace con l’inerzia, ribadendo che “la pace è amore in azione”.

Sulla base di questo credo, Rosario Livatino chiude la crisi evidenziata in agendina nelle annotazioni del 19 giugno e del 31 dicembre 1984 ed, in piena sintonia logica e temporale con i valori di quella conferenza (post hoc e propter hoc), riceve il sacramento della Confermazione ed annota nell’agendina «Oggi, dopo due anni, mi sono comunicato. Che il Signore mi protegga ed eviti che qualcosa di male venga da me ai miei genitori» .

Mettendo in ordine questo materiale, appare evidente quale possa esserne stata la causa dell’improvvisa comparsa, nel giugno, 1984 degli infausti cenni di una grave crisi di coscienza. Quella crisi: è temporalmente coincidente con gli sviluppi dell’istruttoria del ricordato processo “Ferro + 44” (processo che prende nome da un patriarca mafioso proprio di Canicattì) ed appare lecito ritenere che fosse dovuta a minacce e tentativi di condizionamento rivolti nei confronti dei familiari di Rosario Livatino da un ambiente che aveva conoscenza dello straordinario legame tra Rosario ed i suoi genitori.

Rosario è un credente ed è evidente che la via mostrata da Dio non può essere altra da quella della vita di Gesù e cioè la lucida accettazione del martirio, evitando ogni violenza ad altri.

In sostanza, Rosario Livatino esclude di abdicare – neppure in minima parte – al livello del suo impegno di fede e di vera carità ed anzi ne traccia per iscritto le componenti .

E’ ben consapevole che, dopo un primo avvertimento, il metodo mafioso impone di eliminare in forme drastiche i problemi e, pertanto, invoca per sé la protezione divina: nelle sue note quotidiane campeggia la sigla “S.T.D.” (cioè Sub Tutela Dei, antica invocazione per impetrare l’assistenza divina nell’adempimento di certi uffici pubblici).

Al contempo ha l’esigenza di evitare che la reazione della mafia potesse essere trasversalmente rivolta contro i suoi amatissimi genitori: temeva infatti che qualora la sua persona fosse stata tutelata con misure di protezione personale i suoi amati genitori sarebbero stati ancor più esposti in proiezione del disegno dapprima intimidatorio, poi ricattatorio ed infine vendicativo della mafia.

Vale la pena di ripetere quanto Rosario annota nelle agendine dopo che ha ricevuto con piena maturità di adulto, il sacramento della Confermazione: «oggi, dopo due anni, mi sono comunicato. Che il Signore mi protegga ed eviti che qualcosa di male venga da me ai miei genitori».

Quindi, non chiede una scorta e la rifiuta quando gli viene offerta.

Parimenti esclude il trasferimento ad altra sede o di svolgere altre funzioni in ambito civilistico, perché sarebbe stata l’equivalente di una diserzione ai doveri e un vile scarico ad altro collega del concreto pericolo di vita.

DALLA PRIMAVERA DEL 1987 AL 1990

Superata la crisi, Rosario, che non aveva mai rallentato il suo ritmo di lavoro, ritrova la pienezza della sua ispirazione e del suo impegno.

In quel momento i magistrati del circondario di Agrigento dovevano rinnovare le cariche della locale sezione dell’Associazione Nazionale Magistrati, eleggendo il presidente ed il segretario. Per consentire che trovassero rappresentanza sia il Tribunale sia la Procura si conveniva che ciascun Ufficio avesse una delle due cariche.

Era un periodo difficile perché le correnti dell’A.N.M. iniziavano a manifestare i primi sintomi che facevano intravedere il pericolo di una deriva decisionale che, oltre il merito, desse un’occhiata anche all’appartenenza correntizia.

In quella occasione, il Tribunale aveva proposto il mio nome per la presidenza, ma prima di accettare avevo chiesto di conoscere il nome del candidato alla segreteria. Ma in procura non riuscivano ad indicare un sostituto disposto a candidarsi.

Allora decisi di incontrare il sostituto che avrei preferito avere accanto ed ebbi un breve dialogo con Rosario Livatino. Questa scelta mi fu facile ed istintiva perché Rosario era animato dal senso sacro del dovere; dovere che deve essere sempre compiuto col massimo impegno, animato da spirito di missione, privo di vocazioni di potere, sensibile al tempo senza mai essere passionale, ma sempre imparziale, come del resto è richiesto a chiarissime lettere nella nostra costituzione: ”la magistratura costituisce un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere” e “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”.

Questo era nel mio animo il motivo della scelta, ma a Rosario dissi subito che avrei voluto titolare il mio programma “il rinascimento dell’etica” e bastarono pochi cenni per per originare un breve dialogo che si chiuse con il suo pieno consenso. Ricordo che, sorridendo, Rosario mi disse “Luigi, allora quando cominciamo?”

Ma di cosa parlavamo o meglio a cosa aspiravamo parlando di rinascimento dell’etica (titolo che singolarmente segna sia il percorso, sia la meta del progetto)?

Richiamando l’accenno fatto sul Concilio Vaticano II quale straordinario strumento formativo comune e mettendo a fuoco lo sforzo di superare interessi materiali e politici che avevano condotto agli scismi del cristianesimo (oggi il Re dell’Inghilterra prega con il Papa), emerse che era già nell’animo di entrambi di porre in essere uno spazio etico pragmaticamente finalizzato a modelli operativi trasparenti nello svolgimento del lavoro: tenere sempre presente che il potere non è un riconoscimento o un traguardo personale, ma una responsabilità verso il prossimo nel momento della crisi con altri uomini o con la società; lavorare lontano da ogni proscenio ed operare in assenza di protagonismo, senza carrierismo ed escludendo manifestazioni finalizzate all’affermazione della propria personalità, liberi da compromissioni culturali o materiali con forme di potere corrotto e corruttore,  con onestà intellettuale e senza blandire i potenti.

Tali criteri etici hanno carattere universale e dovrebbe esserne espressamente prevista la valutazione in occasione delle periodiche relazioni dei capi degli uffici.

In sostanza, a fronte di un sostanziale depauperamento se non della privazione di beni comuni irrinunciabili quali la libertà, la giustizia, la dignità umana per i quali tutti gli uomini di buona volontà, – credenti, diversamente credenti e non credenti -, possono e devono lottare uniti. Ed allora si rende necessario disegnare uno spazio etico nel quale ritrovare il dialogo e da questo recinto ampio escludere solo quanti si ostinino a perseverare nell’errore o nel più cieco e devastante egoismo.

I vangeli che narrano l’insegnamento di Gesù sono univoci nel senso della necessità di uno spazio etico (sempre dolcissimi i precetti di Gesù anche verso pastori, verso chi aveva violato formalmente il divieto del sabato, – verso l’adultera, verso lo straniero, verso i pubblicani… ecc.), ma diventano improperi contro farisei e sinedrio, responsabili di quella strumentale estetizzazione del sacro alla quale è facile che consegua una deformata operatività della fede o nessuna operosità della fede.

Ecco la conversione delle parole in fatti che è imposta ai credenti, ancora oggi monito di massima attualità dopo quasi 40 anni.

Si trattava di evitare che potesse profilarsi la sensazione secondo cui la magistratura agisce talora non secondo la legge, ma in funzione di una partigiana posizione di collateralismo politico. Ma non tutto andava bene in quel periodo perché, come è facile intuire, il lavoro di Rosario Livatino colpiva in profondità gli interessi della mafia e non solo della mafia.

Da varie esternazioni emergeva che molti ritenevano quantomeno opportuno convivere con la mafia alla quale riconoscevano sia il merito di contribuire alla tutela dell’ordine pubblico, sia le opportunità fornite dalle enormi somme derivanti dal riciclaggio, sia il controllo e la gestione del potere.

Proprio in quel periodo, da più parti vennero organizzate delle conferenze sul tema della giustizia. In due occasioni furono chiamati magistrati della Corte di Cassazione che si accingeva a trattare il giudizio di legittimità sul processo Ferro + 44.

Ciononostante, i magistrati del Tribunale e della Procura ritennero doveroso presenziare a quegli eventi.

Nella prima occasione, innanzi ad un folto pubblico in massima parte estraneo alle professioni legali ed al tecnicismo del tema, il relatore non esitò a criticare con acredine l’attività di giovani colleghi che definì “stampellati” ed ispirati da carrierismo.

Nella seconda occasione, seppure innanzi ad un pubblico ben più ristretto, il relatore si spinse a stigmatizzare l’operato di alcuni magistrati operanti ad Agrigento ed al contempo ad esaltare la figura di altri.

L’A.N.M. inviò con immediatezza una segnalazione al Consiglio Superiore della Magistratura, ma non riuscì ad allegare le registrazioni di quelle conferenze, che furono negate dagli organizzatori, così come nessuno volle raccogliere le testimonianze di presenti che non fossero i magistrati che avevano deliberato la segnalazione.

Ne derivò un forte disagio e Rosario decise di lasciare la Procura e di trasferirsi al Tribunale di Agrigento, ma chiese ed ottiene di essere destinato alla sezione penale ed alle misure di prevenzione patrimoniali. Certamente sperava che la più avvertita sacralità della toga di un magistrato giudicante e che la collegialità delle decisioni adottate da presidente e due giudici potesse determinare una trave di scarico delle responsabilità.

Comunque, Rosario Livatino continuò a tenere fermo il livello d’impegno di prima, anche se i segnali di insofferenza e di ostilità si andavano moltiplicando. La sua coerenza alla fede cristiana lo rendeva credibile e il livello del suo impegno davvero colpiva direttamente al cuore i più rilevanti interessi di “cosa nostra” che decise di eliminarlo.

Il 21 settembre 1990 Rosario Livatino fu barbaramente ucciso.

*

Il dott. Luigi, teste assai qualificato, fu destinato, il 22 dicembre 1975, al Tribunale di Agrigento dove prestò servizio continuativamente per 41 anni; qui, pur essendo, dal 1979, inserito nella sezione civile, a motivo dell’assoluta inadeguatezza dell’organico e delle croniche “scoperture”, dovette continuare ad operare anche nel settore penale, dove conobbe, lo stesso giorno del suo insediamento, il magistrato Livatino, maturando con lui da subito un rapporto collaborativo fondato sulla stima, ma sempre rispettoso dei ruoli di ciascuno.

Il 24 gennaio 1990 D’Angelo fu nominato Presidente di Sezione del Tribunale di Agrigento e destinato a presiedere la Corte d’Assise, dove fu continuativamente impegnato, trattando circa ottanta tra processi e maxi processi, in massima parte riguardanti stragi e plurimi omicidi aggravati, commessi nel contesto della guerra di sterminio tra le diverse fazioni delle associazioni mafiose

 

 

LA SANTITÀ È LA NORMALITÀ DEL BENE

 

Alessandro Damiano, arcivescovo metropolita di Agrigento

 

Relazione al convegno Il profumo dell’onestà. Il beato Rosario Angelo Livatino: un uomo cristianamente realizzato”, del 27 novembre 2025 in Lucchesiana

 

«La santità è un solco invisibile, ma rende tutto nitido attorno a sé. La santità è anonima e senza clamore. La santità non è eroica: si esprime nel piccolo, nel quotidiano, nell’abituale. Il peccato è la banalità del male. La santità è la normalità del bene».

Queste parole del cardinale José Tolentino Mendonça – prefetto del Dicastero vaticano per la Cultura e l’Educazione – sembrano scritte per descrivere il beato Rosario Livatino: un magistrato normalissimo che ha svolto straordinariamente bene il suo lavoro; un cristiano semplice che ha vissuto la sua dignità di battezzato fino al martirio, la testimonianza suprema. Proviamo a rileggere il suo cammino esistenziale fatto anche di notti oscure ma sempre trasparente di fronte alla luce del Vangelo e al giuramento fatto sulla Costituzione con l’ingresso in magistratura. Il teologo Massimo Naro in un suo recente saggio, riferendosi alla traduzione che Lutero fece della Lettera ai Romani spiega la stretta corrispondenza lessicale in tedesco tra vocazione e professione. E anche noi ancora oggi chiamiamo “professo” chi emette i primi voti religiosi. Livatino – aggiunge sempre Naro – visse la sua professione di giudice consapevole della qualità vocazionale che tale professione ha. E la visse da battezzato laico, non da religioso consacrato.

Studi, approfondimenti minuziosi su norme e codici ne hanno fatto uno dei magistrati con più intelligenza giuridica e con più carichi di lavoro a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 ma la sua esistenza è sempre vissuta nella ricerca della giustizia non nella semplice applicazione della legge. È la giustizia l’ideale di Rosario Livatino, l’orizzonte del suo percorso di uomo e di magistrato, la sua unica ambizione. Livatino diceva che il diritto «è costruito per l’uomo, a misura d’uomo» che il giudice dovrebbe essere mosso dal «tramite dell’amore verso la persona giudicata», dismettendo «ogni vanità e soprattutto ogni superbia». E «giustizia e carità combaciano – dirà nella sua conferenza del 1986 dalle suore vocazioniste a Canicattì – non soltanto nelle sfere ma anche nell’impulso virtuale e perfino nelle idealità» perché entrambe provenienti da Dio. Per Livatino conta che il magistrato nel giudicare conservi la chiara consapevolezza della sua umanità, della sua debolezza, della sua responsabilità. In lui il Battesimo è dono e compito – come ricorda Lumen Gentium – e ogni pensiero, ogni gesto sono forma dell’esercizio concreto del suo sacerdozio battesimale. Il Concilio ce lo ha insegnato. Per il cristiano ciò che conta non sono tanto le funzioni o i ministeri ma la dignità battesimale, quella che condividiamo tutti: vescovi, presbiteri, religiosi e religiose, laici e laiche. «Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore» (LG 31).

Rosario Livatino, primo magistrato proclamato beato dalla Chiesa, ha dato carne e sangue a tutto questo. Ha preso sul serio la sua dignità di battezzato, ha vissuto fino in fondo il dono ricevuto portandolo a pienezza. Ha creduto, sperato, amato fino in fondo, fino a farsi vittima. «Trattare il prossimo sventurato con amore è qualcosa che somiglia al battezzare» […] Questa attenzione è creatrice» ha scritto in un testo densissimo la filosofa francese Simone Weil[1]. Il paragone con il battesimo è molto forte perché indica la possibilità che abbiamo, per opera della grazia, di contribuire alla rinascita di qualcuno. Questa rinascita non va intesa qui in primo luogo come una riscoperta della fede, ma della propria dignità, che solo a volte passa anche dall’incontro personale con Dio.

Guardando alla testimonianza di Rosario Livatino, che il male ha combattuto e giudicato continuando a rispettare l’intangibile mistero della persona, anche quella che si è macchiata della più vile violenza mafiosa, appare la “misura alta” della vita cristiana. «Sperimentata nell’immersione giornaliera nella vita, nella preghiera, nella storia, nella notte, nella prova, la carità di Cristo, Livatino diventa “battezzatore” del suo prossimo»[2].

Il 25 ottobre 2025 nel corso del Giubileo degli Uffici Cerimoniali Istituzionali Italiani papa Leone XIV ha loro affidato Rosario Livatino, insieme ad Alcide De Gasperi e a Salvo D’Acquisto, come luminosi «esempi di speranza e di giustizia, di umiltà e di dedizione allo stato». «Con il suo impegno incrollabile per la giustizia – dice papa Leone – egli ha testimoniato che la legalità non è anzitutto un insieme di norme, ma uno stile di vita, e quindi un possibile cammino di santità. “Sub tutela Dei”, scriveva in cima ai suoi appunti: sotto la protezione divina ci poniamo fiduciosi anche noi, lavorando ogni giorno come servitori della verità e tessitori di unità. Lo Stato, infatti, si trasforma in meglio se ciascuno se ne sente responsabile, nutrendo con i più alti valori spirituali il proprio senso civico e il dovere istituzionale». Un affidamento che il papa ha fatto dopo aver invitato «davanti alla ripetitività del male» a «fare la differenza» con la conversione.

Un invito che fa tornare alla mente quello dei vescovi siciliani proprio per la sua beatificazione il 9 maggio del 2021: «Dal Beato Rosario Livatino, annoverato oggi insieme al Beato Pino Puglisi nella lunga schiera di profeti e martiri del nostro tempo e della nostra terra, impariamo che la santità ha il sapore della speranza che non si arrende, della coerenza che non si piega e dell’impegno che non si tira indietro, perché ogni angolo buio del mondo – compreso il nostro – abbia l’opportunità di rialzarsi e guardare lontano … Oggi intendiamo ribadire l’urgenza di questa conversione, quale eredità congiunta che essi ci consegnano». Una eredità frutto del Battesimo che siamo chiamati a prendere sul serio.

La santità è la normalità del bene.

[1] S. Weil, Lamore di Dio. Prima che venga Dio, San Paolo, 2013

[2] Tommaso Pace, in T. Pace, A.P. Viola, A. Zappulla, Decidere è scegliere. Rosario Livatino credere, sperare e amare, Il Pozzo di Giacobbe, 2025, p. 54

INTRODUZIONE DON ANGELO CHILLURA

Direttore della Lucchesiana

 

al convegno Il profumo dell’onestà. Il beato Rosario Angelo Livatino: un uomo cristianamente realizzato”, del 27 novembre 2025 in Lucchesiana

 

 

Un saluto, anche a nome del Direttore del Parco Archeologico arch. Roberto Sciarratta, agli amici, ai devoti di Livatino e alle autorità:

  • Prefetto S.E. dott. SALVATORE CACCAMO
  • Presidente della Fondazione Agrigento capitale della cultura dott.sa MARIA TERESA CUCINOTTA
  • Questore dott. TOMMASO PALUMBO
  • Presidente del Tribunale dott. Giuseppe MELISENDA GIAMBERTONE
  • capitano di FREGATA AGAZIO TEDESCO – CP – Capitaneria di Porto
  • colonnello GABRIELE BARON Guardia di Finanza
  • sindaco di Canicattì VINCENZO CORBO

1.

“Il profumo dell’onestà” (che richiama l’affermazione di San Paolo “voi siete il buon profumo di Cristo”), è il titolo dato a questo convegno per ricordare e presentare Livatino.

 

La dignità della coscienza”, poteva essere un altro titolo. Nella testimonianza di Livatino primeggia proprio questo aspetto: la fedeltà alla sua coscienza.

 

Ciò che ho sempre ammirato in Livatino è stata la fedeltà alla sua coscienza sensibile, matura, retta e onesta, che lo accomuna ad altri grandi personaggi della storia cristiana che per la fedeltà alla coscienza hanno pagato con la vita: Tommaso Becket, nato nel 1118, ucciso nella Cattedrale di Canterbury nel 1170. Cancelliere e persona di maggiore fiducia del re Enrico II, fu ucciso perché volle custodire l’autonomia della Chiesa e non accettò la pretesa del re di sottomettere la Chiesa d’Inghilterra al suo potere; Tommaso Moro, nato il 1478, ucciso nel 1535: il suo rifiuto di accettare l’Atto di Supremazia del re sulla Chiesa in Inghilterra e di disconoscere il primato del Papa mise fine alla sua carriera politica e lo condusse alla pena capitale con l’accusa di tradimento.

Persone che non hanno ceduto e non sono scese al compromesso e non hanno mai avuto posizioni ambigue, (nella ricerca di equilibrismi per andare d’accordo con tutti).

È inglese anche lui san John Herny Newman, proclamato dottore della Chiesa da Leone XIV il 1° novembre di quest’anno, autore di un testo “il primato della coscienza”.  “Dottore della coscienza” è il titolo dell’articolo della rivista della CEI col quale si comunica la notizia. La coscienza rappresenta “la voce di Dio nel cuore dell’uomo” “originario vicario di Cristo” che guida verso la verità e il bene. Per Newman, seguirla è fondamentale per il cammino spirituale, anche quando contrasta con le autorità esterne, pur nel rispetto della rivelazione e del magistero ecclesiale. 

 

  1. Puglisi ha dato ascolto alla sua coscienza, voce di Dio, e da questa coscienza si è fatto guidare, con lealtà e coerenza. Non nella ricerca di interessi o vantaggi personali, ma per servire Dio e l’uomo. Questo è stato l’aspetto dominante della personalità di Puglisi.

 

Fra questi testimoni voglio aggiungerne un altro: Nino Miceli, testimone di giustizia, che abbiamo accolto in Lucchesiana un mese fa il 17 ottobre, e ci ha raccontato la sua storia di imprenditore a Gela, (era titolare di una grande concessionaria di automobili) il quale, agli inizi degli anni Novanta ha subito minacce, intimidazioni, ha avuto enormi danni ma non si è sottomesso alla mafia. Ha denunciato, ha fatto arrestare, processare e condannare 26 mafiosi. È stato costretto a cambiare identità e domicilio e da più di 30 anni vive una vita blindata. Nella sua testimonianza in Lucchesiana e nel libro che racconta la sua storia, lui frequentemente dice di non essere pentito di avere fatto questa scelta, pagata a caro prezzo, perché nella vita la cosa più importante è la dignità e la fedeltà alla propria coscienza: “Io ho una dignità di uomo. Per la mia dignità non ho ceduto, ed ho voluto essere fedele alla mia coscienza” (non ha scelto il compromesso, di adeguarsi al comportamento diffuso). Poi aggiunge: “ho pagato duramente ma ne è valsa la pena”.

 

L’incontro di questa sera vuole segnare un’altra tappa del percorso della Lucchesiana sulla giustizia e legalità, ponendo attenzione al fenomeno mafioso.

(Speriamo di poter presentare la tesi di Livatino per il perfezionamento in Diritto regionale nel 1990, pubblicata dalla Treccani e curata da Gaetano Armao).

 

Questo convegno ha lo scopo di promuovere una maggiore conoscenza di Livatino e suscitare una matura e convinta emulazione.

 

Livatino martire (non eroe): un uomo fedele a Dio, alla sua coscienza, alla professione per il bene della società. È consapevole che la sua morte è stata decisa. Sono tanti i segnali. Ma non si tira indietro: avrebbe potuto chiedere di essere trasferito in altro ufficio, in altra sede, di avere assegnato un altro procedimento. Ma non lo fa. È consapevole del rischio che si corre nell’indagare uomini di mafia. Si rende conto che la sua vita si concluderà con l’assassinio. Per questo chiede di ricevere il sacramento della Cresima-Confermazione al’età di 36 anni, due anni prima di venire ucciso: vuole mettere il suo lavoro sotto la tutela di Dio, e vivere la professione come testimonianza che scaturisce dalla fede.

Offre se stesso in olocausto (sacrificio offerto a Dio in cui la vittima viene interamente arsa) per risparmiare la vita degli altri: genitori, agenti di una probabile scorta, colleghi magistrati …

 

Nella preghiera eucaristica II al momento del racconto dell’Ultima Cena, il sacerdote dice queste parole in riferimento a Gesù:

 “Egli, offrendosi liberamente alla sua passione,  prese il pane e rese grazie, lo spezzo, lo diede ai suoi discepoli, e disse: Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi”.

Liberamente e consapevolmente: l’azione morale ha valore quando viene fatta con consapevolezza e nella libertà.

 

La preghiera-colletta della Messa parla della “Testimonianza di fede del beato Rosario Angelo Livatino, operatore di pace e giustizia fino al martirio”.

 

La vita di Rosario ed il suo consapevole sacrificio configurano una forma di santità che rispecchia pienamente le radici autentiche del Cristianesimo compiutamente espresse nei Vangeli (D’Angelo)

Riprendendo un brano di un’intervista al dott. D’Angelo, possiamo dire che Rosario è riuscito a toccare la sensibilità di ambiti sociali e culturali estremamente vasti e talvolta distanti dal cristianesimo, che sentono di doversi confrontare e dialogare con quel modello davvero cattolico e cioè universale.

Tali fondamenta trovano evidente riscontro nei diari di Livatino, dove telegrafici appunti documentano chiaramente il rifiuto di ogni pressione finalizzata a condizionarne il lavoro, l’assunzione su di se  di ogni rischio fino al “Dio mi indicherà la strada” con l’accettazione consapevole del martirio.

Nell’ambito lavorativo egli non ha ceduto ad alcun protagonismo, non ha mai concesso interviste e mai ha dato spazio ad attività eccedenti alla giustizia o finalizzate a carrierismo ed ancor meno a blandire i potenti.

 

2.

«In quest’ultimo periodo tanti interventi ed iniziative si registrano su Livatino. L’attenzione si Livatino aumenta e si diffonde sempre più. Ne ricordiamo alcune:

  • Leone, XIV, 25.10.2025 

Il terzo testimone che vi affido è il beato Rosario Livatino, primo magistrato nella storia a essere riconosciuto come martire. Col suo impegno incrollabile per la giustizia, egli ha testimoniato che la legalità non è anzitutto un insieme di norme, ma uno stile di vita, e quindi un possibile cammino di santità. “Sub tutela Dei”, scriveva in cima ai suoi appunti: sotto la protezione divina ci poniamo fiduciosi anche noi, lavorando ogni giorno come servitori della verità e tessitori di unità. Lo Stato, infatti, si trasforma in meglio se ciascuno se ne sente responsabile, nutrendo con i più alti valori spirituali il proprio senso civico e il dovere istituzionale.»

 

  • Il 20 settembre 2025 Il giorno del 35.mo anniversario del suo assassinio abbiamo visto come le più alte cariche dello Stato lo hanno ricordato: il Presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il Ministro del Giustizia
  • IL 1° ottobre a Roma, nella Corte Suprema di Cassazione, S. Messa in ricordo del sacrificio del Beato Rosario Angelo Livatino presieduta dal Zuppi, presidente della CEI
  • Il regista Michele Placido sta facendo in queste settimane le riprese per la miniserie “il giudice e i suoi assassini”
  • Il 29 ottobre 2025 c’è stata la Prima edizione del Premio Europeo della Giustizia “Beato Rosario Livatino” istituito nel Collegio Leoniano di Roma.
  • Lunedì 1° dicembre verrà intitolata a Rosario Livatino la sala convegni della Direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate di Palermo. (fu vicedirettore dell’Ufficio del registro di Agrigento)

._______________________________________________________________

  1. (da mettere in nota, come presentazione dell’autore della relazione)
  • Alessandro Damiano, Arcivescovo di Agrigento “La santità è la normalità del bene”,
  • di mons. Vincenzo Bertolone, vescovo emerito di Catanzaro-Squillace, “Il profumo dell’onestà”,
  • di Luigi D’Angelo, presidente emerito del Tribunale di Agrigento: “Il coraggio della libertà”.

Mons. Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, è stato postulatore della fase romana presso la Congregazione per le Cause dei Santi per la beatificazione del giudice Livatino.

Compito del postulatore è di occuparsi degli adempimenti canonici richiesti nell’ambito delle cause di beatificazione e di canonizzazione, raccogliere e studiare i testi, ascoltare le testimonianze, preparare una biografia documentata, indicando la pratica delle virtù in grado eroico e la santità di vita e, nel caso di Livatino, il martirio subito in odium fidei e da lui consapevolmente accettato, che giustificano la beatificazione.

Su Livatino ha scritto: Rosario Angelo Livatino. Dal “martirio a secco” al martirio di sangue (ed), marzo 2021; Rosario Livatino, Agende non scritte, 2021).

È stato anche il postulatore della causa di beatificazione di Padre Pino Puglisi, e su di lui ha scritto due testi: La Sapienza del Sorriso – il martirio di don Giuseppe Puglisi, 2012; Don Pino, Martire di mafia” (2016).

 

Luigi D’Angelo, per 41 anni in magistratura, è stato amico e collega di Livatino, e insieme hanno istruito diversi processi sulla mafia di Agrigento. Ha conosciuto la persona, il suo animo, lo stile professionale. Per cui, oltre ad avere il valore di testimonianza, il suo intervento ci permetterà di comprenderne ancor meglio la fede, la coerenza, il coraggio e la correttezza giuridica ed esistenziale.

«Il dott. Luigi, teste assai qualificato, fu destinato, il 22 dicembre 1975, al Tribunale di Agrigento dove prestò servizio continuativamente per 41 anni; qui, pur essendo, dal 1979, inserito nella sezione civile, a motivo dell’assoluta inadeguatezza dell’organico e delle croniche “scoperture”, dovette continuare ad operare anche nel settore penale, dove conobbe, lo stesso giorno del suo insediamento, il magistrato Livatino, maturando con lui da subito un rapporto collaborativo fondato sulla stima, ma sempre rispettoso dei ruoli di ciascuno. Il dott. D’Angelo, dal 1988  al 1990, anno della morte di Livatino, ha ricoperto la carica di Presidente della Sezione di Agrigento dell’Associazione Nazionale Magistrati ed in quello stesso mandato Rosario Livatino, come scrive nelle sue Agende, ha ricoperto la carica di segretario. Il 24 gennaio 1990 D’Angelo fu nominato Presidente di Sezione del Tribunale di Agrigento e destinato a presiedere la Corte d’Assise, dove fu pressoché continuativamente impegnato, trattando circa ottanta tra processi e maxi processi, in massima parte afferenti stragi e plurimi omicidi aggravati, commessi nel contesto della guerra di sterminio tra le diverse fazioni delle associazioni mafiose». (nota n. 9 di . 26 del libro di Bertolone, Rosario Angelo Livatino. Dal “martirio a secco” al martirio di sangue).

BIBLIOGRAFIA – DOMENICO DE GREGORIO (1923 – 2006)
OPERE EDITE

1954
– II Canto XXIII del Paradiso. Lectura Dantis (Palermo)

1956
– Ottocento Ecclesiastico Agrigentino. I. Mons. D.M. Lo Jacono (Agrigento – € 11,20)

1957
– La logica di Porto Reale (Firenze)

1959
– Breve storia della Chiesa, in In Veritate (Firenze)

1961
– Per il LX di messa di Mons. G.B. Peruzzo (Agrigento)

1962
– Profili di sacerdoti agrigentini (Agrigento)

1964
– La “Legenda” e l’antico ufficio ritmico di S. Gerlando (Agrigento)

1965
– Cammarata, in Paesi di Sicilia (Palermo)

1966
– L’unità di spirito nel vincolo della pace (Roma)

1967
– Chiamati figli di Dio tali realmente siamo! (Roma)
– Mons. Domenico Turano (Palermo – € 21,10)

1968
– Ottocento Ecclesiastico Agrigentino. II. La sede vacante (Agrigento – € 21,50)

1971
– Mons. G.B. Peruzzo (Trapani)

1975
– S. Gerlando. Storia e tradizioni popolari (Agrigento)

1977
– Il Crocifisso di Siculiana (Agrigento)
– San Calogero. Studio sul Santo e il suo culto (Agrigento)

1978
– Il Can. G.B. Castagnola. La grutta di Betlem (Agrigento-Palermo)

1980
– P. Girolamo da Cammarata (Palermo)

1981
– S. Caterina di Alessandria e il suo culto in Cammarata (Cammarata)

1982
– Il Card. Giuseppe Guarino (Messina)

1983
– Il Card. Guarino, uomo di Dio (Messina)

1984
– Ottocento Ecclesiastico Agrigentino. III. Gli episcopati di Mons. G. Blandini e di Mons. B. Lagumina (Agrigento – € 35,60)
– La devozione al Crocifisso in Cammarata e S. Giovanni Gemini (S. Giovanni Gemini)
– Il clero agrigentino e Garibaldi, in L’evento garibaldino nel territorio di Agrigento (Agrigento)
– Il cardinale Giuseppe Guarino. Un grande pastore emerge dall’oblio (Messina)

1985
– Mons. Giovanni Horozco de Leyva de Covarruvias, Vescovo di Agrigento (Agrigento)

1986
– Don Michele Martorana (Agrigento)
– Cammarata. Notizie sul territorio e la sua storia (Agrigento – € 61,20)

1988
– P. Timoteo Longo O.P. Fondatore delle Domenicane del Sacro Cuore (Agrigento)
– San Gerlando. Vita, scritti e tradizioni popolari (Agrigento)
– Suor Maria Dolores Di Majo (Palermo – € 20,80)

1989
– Gli insegnamenti teologici di S. Gregorio di Agrigento nel suo commento all’Ecclesiaste (Roma – € 16,80)
– La Cassa Rurale ed Artigiana di S. Giovanni Gemini. Dalle origini e Don Michele Martorana (Agrigento)
– G. Blandini, Ora Santa davanti Gesù Sacramentato (S. Giovanni Gemini)

1990
– Antonino Petyx, eroe della carità (Agrigento)
– Lettere di direzione spirituale di Mons. A. Ficarra alla Sig.na A. Traina (Agrigento)

1991
– Post fata resurgo, in Bibliotheca Lucchesiana publico donata (Palermo)

1992
– San Calogero nella storia del nostro popolo, in Il Santo Nero (Agrigento)

1993
– San Gerlando e la situazione di Agrigento dopo la conquista normanna, in Arabi e Normanni in Sicilia (Agrigento)
– San Giovanni Gemini. Notizie storico-religiose (Agrigento – € 61,60)
– La Biblioteca Lucchesiana di Agrigento (Palermo)
– Il quadro dei Diecimila Martiri nella Matrice di Cammarata (Agrigento – € 5,60)

1994
– L’Arciconfraternita del SS. Crocifisso di Agrigento (Agrigento)
– All’ombra della Croce – Giulietta Guaia (Agrigento)

1996
– La Chiesa Agrigentina. Notizie storiche. I. Dalle origini al sec. XVI (Agrigento – € 33,60)

1997
– La Chiesa Agrigentina. Notizie storiche. II. Dal XVI al XVIII secolo (Agrigento – € 47,20)

1998
– La Chiesa Agrigentina. Notizie storiche. III. Il secolo XVIII (Agrigento – € 52,00)

1999
– La Chiesa Agrigentina. Notizie storiche. IV. L’Ottocento (Agrigento – € 56,80)
– Mons. A. Ficarra. Dalla nascita all’episcopato (Patti)
– Gregorio di Agrigento evangelizzatore esemplare, in In Charitate Pax (Palermo)

2000
– La Chiesa Agrigentina. Notizie storiche. V. 1900-1963 (Agrigento – € 64,80)
– Tre Vescovi agrigentini (Agrigento – € 7,00)
– Gemma Presulare (Agrigento – € 10,30)
– Leonzio, Vita di S. Gregorio Agrigentino (Introduzione, traduzione e note. Agrigento – € 15,00)
– S. Gerlando, La dialettica (Introduzione, traduzione e note. Agrigento – € 20,80)
– Don Michele Sclafani (Agrigento)
– Il mare nell’Apocalisse, in Iconografia sacra ispirata al mare (Taranto)

2001
– G. Blandini, Ora Santa davanti a Gesù Sacramentato (Introduzione – In Appendice: A. De Liguori, Visita al SS. Sacramento / Misteri del Rosario in siciliano. Cammarata – € 4,00)

2002
– I misteri del Rosario in siciliano (Agrigento)

2003
– San Calogero. Studio sul Santo e il suo culto (II edizione riveduta ed ampliata. Agrigento – € 26,90)
– Ottobrata rosariante (Agrigento – € 14,80)

2004
– Racconti Cammaratesi, in Mille balconi ad Oriente (Cammarata)
– Il Venerabile P. Gioacchino La Lomia (Canicattì – € 26,40)
– Il venerabile padre Gioacchino (Agrigento)

2005
– ‘A Beddamatri. Titoli e scritti mariani (Agrigento – € 36,70)

2006
– Cammarata. II. Cronache dei secoli XIX e XX (Cammarata. Postumo)
– La Parrocchia di carta. Editoriali de “L’Amico del Popolo” 1976-2001 (Agrigento. Postumo)

2008
– Signum Salutis. La Cattedrale di Agrigento e i suoi emblemi (Agrigento. Postumo)